giovedì 31 luglio 2008

Sinistra o destra è tutta una minestra


Nel post del 28 luglio c'è la Lettera di Travaglio a Schifani.


Questo è quanto scrive Beppe Grillo, ovviamente concordo con lui su tutto tranne sui 4 dell'Ave Maria, ne sono 3 perchè il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha rinunciato preventivamente al Lodo, dando il via libera al processo che lo vede imputato per diffamazione ai danni del pm Henry John Woodcock.



Renato Schifani, presidente del Senato, ha citato il giornalista Marco Travaglio per un milione e trecentomila euro. Schifani vuole essere risarcito per presunti danni subiti a causa di un articolo di Travaglio e dell’intervista rilasciata allo stuoino Fabio Fazio nella trasmissione: “Che tempo fa”. Travaglio ha citato dei contenuti del libro: “I complici” scritto da Lirio Abbate e Peter Gomez nel quale Schifani è menzionato più volte, per l’esattezza alle pagine 14, 70, 71, 72, 74,7 5, 77, 78, 80, 81, 82, 84. Lirio Abbate è sotto scorta a causa di minacce mafiose e il libro, uscito in prima edizione nel febbraio del 2007, non mi risulta sia stato ritirato.Schifani ha preannunciato querela contro l’ex presidente del consiglio comunale di Villabate, Francesco Campanella, indagato per mafia per rapporti con Mandalà e Provenzano. Lo ha fatto per le dichiarazioni di Campanella ai giudici di Palermo in cui affermava che il nuovo piano regolatore di Villabate sarebbe stato concordato da Mandalà con Schifani.Quindi abbiamo due processi (più un terzo).Il processo numero uno: Schifani contro Travaglio, per danni riferiti ai suoi articoli e alla sua intervista.Il processo numero due: Schifani contro Campanella, querela per le sue dichiarazioni.Il processo numero due potrebbe (dico potrebbe) accertare che Campanella ha dichiarato il vero. In questo caso Travaglio avrebbe ragione nel processo numero uno.Ma il processo numero due, se accertasse responsabilità di Schifani (dico sempre se), non si potrà celebrare nei prossimi cinque anni grazie al lodo SchifoAlfano. Schifani ci aveva già provato nel 2003 con il lodo Schifani a rendere immuni le prime più alte cariche dello Stato. La Corte Costituzionale lo bocciò. A volte ritornano.C’è poi il processo numero tre, quello che non si potrà mai celebrare. Travaglio infatti non può querelare Schifani per le accuse che gli ha mosso in quanto questi è immune da processi.Nel caso Travaglio sia condannato lancerò una pubblica sottoscrizione per pagare il milione e trecentomila euro.I Quattro dell’Ave Maria possono far processare i cittadini. I cittadini non possono far processare i Quattro dell’Ave Maria.





Proposta di Antonio Di Pietro.

mercoledì 30 luglio 2008

Gratitudine umana

«La bellezza salverà il mondo.»
Fedor Dostoevskij


L'Italia è uno dei paesi più belli al mondo, ci serve qualche altra cosa...
Il buon senso è la caratteristica fondamentale che dovrebbe esserci in tutta l'umanità, grazie ad esso si vede il bello e il brutto delle cose.
Un grand'uomo lo si ricorderà per il suo buon senso. Questi che vedrete io li porterò come esempi di buon senso in questo paese dove da troppo manca.

martedì 29 luglio 2008

Gratitudine animale

La prima parte del filmato riguarda un'altra storia, non è sottotitolato in lingua italiana ma le immagini valgono più di ogni parola.


LA STORIA - Tutto era iniziato nel lontano 1969 a Londra quando Rendall e Bourke avevano visto da Harrods chiuso in una gabbia, solo e triste, un cucciolo di leone. Lo acquistarono per pochi spiccioli e decisero di chiamarlo Christian. I due ragazzi ottennero dal parroco della zona in cui vivevano il permesso di far crescere il cucciolo nel campetto situato vicino alla chiesa e lo accudirono per un paio d'anni. Tuttavia ben presto Christian divenne troppo grande e i giovani australiani capirono che non poteva più vivere in quell'angolo di città. Si misero in contatto con George Adamson, un ambientalista che viveva in Kenya e, a malincuore, decisero di portarlo in una riserva naturale nel Paese africano. Qui Christian crebbe velocemente e divenne presto un capobranco.

UN ANNO DOPO - La nostalgia per Christian era troppo grande e nel 1972, un anno dopo la separazione, Rendall e Bourke partirono per il Kenya per rivedere il loro ex cucciolo: l'ambientalista Adamson fece notare ai due australiani che Christian non era più il piccolo animale di una volta, ma era diventato un feroce e selvatico leone che aveva passato l'ultimo anno completamente libero. Tuttavia Rendall e Bourke non si fecero intimorire dalle parole dell'ambientalista e, una volta entrati nella riserva naturale, si misero alla ricerca di Christian. Come mostra chiaramente il filmato i due australiani non si erano sbagliati: appena li vide il leone, proprio come faceva quando era un cucciolo, mostrò tutta la sua felicità e cominciò a giocare con i due ex padroni.



tratto dall'articolo "Christian, il leone che fa impazzire la Rete" di Francesco Tortora, www.corriere.it

lunedì 28 luglio 2008

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge


E' troppa la puzza che sento, Berlusconi, Schifani, il Presidente Napolitano che firma la loro diseguaglianza rispetto alla propria nazione, il coraggio di continuare a dire che gli inceneritori sono la cosa giusta, sentire quel Brunetta sparare una michiata all'ora su milioni di lavoratori che per 1000 euro al mese si trovano le infamanti accuse in allegato alla busta paga, Bossi, Veltroni che è il più grande socio di Berlusconi, l'accordo che si stipulerà con la Libia per ripagarli dagli errori fatti dai nostri governanti di allora, un'autostrada lungo tutta la costa verrà costruita in Libia a nostre spese, quando siamo rovinati per debito pubblico, precari, pensioni, ecc. Cose che fanno venire i brividi.
Per farli venire anche a voi miei lettori, preferisco leggiate la lettera di Marco Travaglio al numero 2 della nostra nazione Schifo Schifani, la lettera della fannullona dell'Inpdap al pezzetto d'uomo Brunetta e la richiesta di cartella clinica del nostro presidente della Repubblica da parte di Beppe Grillo.
Buona lettura.

26 luglio 2008, in Marco Travaglio
Lettera al presidente del Senato


di Marco Travaglio
l'Unità, 26 luglio 2008

Gentile Presidente del Senato, avv. sen. Renato Schifani, chi Le scrive è un modesto giornalista che ha avuto la ventura di occuparsi talvolta di Lei per motivi professionali. L’ultima - forse lo ricorderà - fu nel mese di maggio, quando Lei ascese alla seconda carica dello Stato e io pubblicai una sua breve biografia sull’Unità e nel libro “Se li conosci li eviti” (scritto con Peter Gomez) che poi presentai su Rai3 a “Che tempo che fa”. Anzitutto mi consenta di congratularmi con Lei per la Sua recentissima invulnerabilità penale, in virtù del Lodo Alfano, figlio legittimo del Lodo Schifani già dichiarato incostituzionale dalla Consulta nel 2004 e prontamente replicato in questa legislatura, anche grazie alla fulminante solerzia con cui Lei l’ha messo all’ordine del giorno di Palazzo Madama. E’ davvero consolante, per un cittadino comune, apprendere che da un paio di giorni l’articolo 3 della Costituzione è sospeso con legge ordinaria approvata in 25 giorni, e che dall’altroieri esistono quattro cittadini più uguali degli altri dinanzi alla legge, come i maiali della “Fattoria degli animali” di George Orwell. Il fatto poi che Lei faccia parte del quartetto degli auto-immuni è per tutti noi motivo di ulteriore soddisfazione.

Si dà il caso, però, che Lei mi abbia recentemente fatto recapitare in busta verde, da ben tre avvocati (uno dei quali pare sia un Suo socio di studio), un atto di citazione presso il Tribunale civile di Torino affinchè io vi compaia per essere condannato a risarcirLa dei presunti danni, patrimoniali e non, da Lei patiti a causa del mio articolo sull’Unità e della mia partecipazione al programma di Fabio Fazio. Danni che Lei ha voluto gentilmente quantificare in appena 1,3 milioni di euro. A carico mio, s’intende. Tutto ruota, lo ricorderà, intorno al fatto che avevo osato ricordare come Lei, alla fine degli anni 70, fosse socio nella Sicula Broker di due personaggi poi condannati e arrestati per mafia, Benny D’Agostino e Nino Mandalà; e che negli anni 90 Lei abbia prestato una consulenza in materia urbanistica per il Comune di Villabate, poi sciolto due volte per mafia in quanto ritenuto nelle mani dello stesso boss Mandalà. Circostanze che Lei non ha potuto negare neppure nel suo fantasioso e spiritoso atto di citazione (ho molto apprezzato i passaggi nei quali Lei fa rientrare quei fatti nell’ambito dei “commenti sulla vita privata delle persone”; e mi rimprovera di non aver rammentato come Lei sia stato socio non solo di persone poi risultate mafiose, ma anche di altri “noti imprenditori mai coinvolti in episodi giudiziari”, e come Lei abbia prestato consulenze non solo per comuni poi sciolti per mafia, ma anche per altri enti locali mai sciolti per mafia).

Ora, sul merito della controversia, decideranno i giudici. Ma non Le sfuggirà la sproporzione delle forze in campo, sulla bilancia della Giustizia, fra la seconda carica dello Stato e un umile cronista: i giudici, già abbondantemente vilipesi e intimiditi negli ultimi anni da Lei e dai Suoi sodali, sapranno che dar torto a Lei significa dar torto al secondo politico più importante del Paese, mentre dar torto a me è davvero poca cosa. E’ questo oggettivo squilibro che, in tempi e in paesi normali, consiglia a chi ricopre importanti cariche pubbliche di spogliarsi delle proprie liti private, per dedicarsi in esclusiva agli interessi di tutti i cittadini. Lei invece non solo non si è spogliato delle Sue liti private, ma ne ha addirittura ingaggiata una nuova (con me) dopo aver assunto la presidenza del Senato. Ora però quello squilibrio diventa davvero abissale in conseguenza della Sua sopraggiunta invulnerabilità. In pratica, se io volessi querelarLa per le infamanti accuse che Lei mi muove nel Suo atto di citazione, non avrei alcuna speranza di ottenere giustizia in tempi ragionevoli, perché il Lodo Alfano La mette al riparo da qualunque conseguenza penale delle Sue parole e azioni, imponendo la sospensione degli eventuali processi a Suo carico. Lei può dire e fare ciò che vuole, e io no. Riconoscerà che, dal mio punto di vista, la situazione è quantomai inquietante.

Ma c’è di più e di peggio. L’anno scorso l’ex presidente del consiglio comunale di Villabate, Francesco Campanella, indagato per mafia a causa dei suoi rapporti con la cosca Mandalà e con Bernardo Provenzano, ha raccontato ai giudici antimafia di Palermo che il nuovo piano regolatore di Villabate era stato addirittura “concordato” da lei e dal senatore La Loggia con il solito Mandalà. Lei e La Loggia annunciaste subito querela. E da allora i magistrati antimafia stanno verificando se Campanella si sia inventato tutto o magari dica la verità. Io Le auguro e mi auguro, visto che Lei ora rappresenta l’Italia ai massimi livelli, che prevalga la prima ipotesi. Ma, nella malaugurata evenienza che prevalesse la seconda, il Lodo Alfano impedirebbe alla magistratura di processarLa, almeno per i prossimi cinque anni, finchè terminerà la legislatura e, con essa, svanirà il Suo preziosissimo scudo spaziale. Converrà con me, Signor Presidente, che nella causa civile che Lei mi ha intentato la conclusione di quelle indagini sarebbe comunque decisiva per valutare la mia posizione: sia che le accuse di Campanella trovino conferma, sia che trovino smentita, sarebbe difficile sostenere che io non abbia esercitato il mio diritto-dovere di cronaca, segnalando ai cittadini una vicenda di così bruciante attualità e interesse pubblico. Detta in altri termini: non vorrei che la causa civile da Lei intentatami si concludesse prima delle indagini sul caso Campanella-Villabate, magari in conseguenza del blocco di quel procedimento per via del Lodo Alfano. Essere condannato a versarle 1 milione o anche 1 euro, e poi scoprire a cose fatte di aver avuto ragione, sarebbe per me estremamente seccante.

L’altro giorno, con nobile gesto, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha rinunciato preventivamente al Lodo, dando il via libera al processo che lo vede imputato per diffamazione ai danni del pm Henry John Woodcock. Mi rivolgo dunque a Lei, e alla prima carica dello Stato che quel Lodo ha così rapidamente promulgato, affinchè rassicuriate noi cittadini su un punto fondamentale: o ritirate le vostre denunce penali e civili finchè sarete protetti dallo scudo spaziale, oppure rinunciate preventivamente al Lodo in ogni eventuale processo che potesse eventualmente influenzare, direttamente o indirettamente, l’esito di quelle cause. In attesa di un Suo cortese riscontro, porgo i miei più deferenti saluti.


26 luglio 2008, in Diario
Lettera di una fannullona Inpdap al ministro Brunetta



Gentile Ministro,
perdoni se ho l’ardire di rivolgermi a Lei in questo momento così impegnativo per il governo in preda ad un parossismo decisionale che possa consegnarlo alla storia come merita, Le chiedo solo di leggere questa lettera che non sottrarrà più di cinque minuti al Suo indice di produttività.

Le racconto in breve la mia storia: sono una dipendente di un istituto di previdenza da più di dieci anni in servizio effettivo, mamma di due bambine e vivo in una città del profondo Sud. Appartengo anch’io a quella schiera di impiegati da Lei etichettati “fannulloni” non perché intendesse offenderci, questo lo capisco bene, ma semplicemente per fare capire in maniera immediata quale era il problema (un po’ come dire se io ripetessi in questa sede quel che di Berlusconi ha detto Di Pietro, anche in quel caso non per offendere, questo è ovvio, ma per far capire dove sta il problema).

Signor Ministro le scrivo per raccontarle, attraverso la mia vicenda, quella di milioni di altre mamme-impiegate affinché Lei, che per altri versi è così sensibile ai problemi della gente si renda conto della realtà in cui viviamo noi “fannulloni” (perdoni l’abuso del termine, il fine è sempre quello della comprensione). Io, come altre mie colleghe, da brava fannullona, mi alzo ogni mattina alla ore 6 a.m. e dopo aver fatto colazione e aver preparato le mie bambine di 4 e 6 anni esco di casa con le suddette bambine entro le 7.00, perché vede, io abito fuori città e per arrivare al lavoro devo uscire di casa molto presto. Dopo aver timbrato, solitamente alle 7.30, comincio la mia giornata lavorativa: il mio lavoro è ripetitivo ma l’utilità sociale che è insita nel predisporre le pensioni per chi (beato lui) ha maturato i requisiti e fare in modo che ne possa godere senza ritardi, pensi lei mi fa sentire utile. Da brava fannullona sforno decreti di pensione a tutto spiano affinché non debba sentire nessuno venir da me a dire “e iu comu mangiu”, affinché a fine mese possa percepire il mio stipendio pensando di essermelo più che guadagnato.

Negli anni la sede in cui lavoro si è svuotata di personale che è andato in pensione e non è stato sostituito da nessuno, pertanto più e più volte ho visto il mio carico di lavoro aumentare, ma a fronte dell’acquisizione di nuove e complesse competenze mi si continua a dire che siamo in esubero, che bisogna ridurre l’organico e lavorare di più: ma com’è possibile? Me lo chiedo ma nessuno mi risponde. Intanto l’arretrato avanza e quando qualcuno di noi comunica che presto andrà in pensione tutti ci guardiamo in faccia e ci chiediamo di quanto la redistribuzione del lavoro che consegue a ciascun pensionamento inciderà sul nostro carico di lavoro. E poi nessuno si spiega perché mai ci sia tanto arretrato, sarà che la matematica è un’opinione. Malgrado tutte le suddette difficoltà continuo a lavorare con quel senso del dovere che mi ha trasmesso mio padre e dal quale non posso prescindere.

Pensi lei, signor Ministro, ogni giorno mi illudo di aver lavorato bene, e nel mio piccolo, di essere stata utile a qualcuno compiendo il mio dovere con la serietà e la professionalità che negli anni ho acquisito. Questo mi consente di guardarmi allo specchio ogni mattina e di non vergognarmi di essere un impiegato pubblico, come lei ha di recente sostenuto che molti di noi fanno, ma anzi di essere orgogliosa. Ma ultimamente qualcosa è cambiato, sa Signor Ministro, comincio a sentirmi demotivata: a che serve che io lavori così tanto se poi comunque di me si dirà sempre che appartengo alla schiera dei “fannulloni”?: la tentazione di incrociare la braccia è forte, molto forte.

L’opinione pubblica, adeguatamente manipolata da una campagna mediatica diffamatoria e parziale, non è con me, ma contro di me, e non è facile far capire alla gente. Quel che è facile, invece, è cavalcare l’onda del malcontento della gente e indirizzare la folla a puntare contro il “mostro” di turno, pubblico impiegato o rom o sinti che sia. Puntare sul malcontento porta sempre tanto consenso, questa non è una novità, è facile, infatti, dire che le cose non funzionano, su questo siamo tutti d’accordo e pronti a battere le mani, ma, ahimè, non è riducendo i salari che si rende più efficiente la PA (altrimenti lo avrebbero già fatto da tempo), né privatizzando quelli che oggi sono dei servizi che nascono da diritti per i quali si è a lungo lottato, così come non è riducendo la retribuzione di chi si ammala (non occorre che io Lei ricordi, con gli adeguati scongiuri, quanto sia diffuso il cancro) che disincentiviamo l’assenteismo ma è piuttosto intensificando i controlli che facilmente si distinguerà il “falso” malato da quello vero, perché purtroppo, nessuno sceglie di ammalarsi e non è giusto accanirsi con chi già non ha abbastanza soldi per curarsi. Tutto questo lede la dignità del malato, del pubblico impiegato, attualmente indicato a “dito”, ma soprattutto lede la dignità della persona in quanto tale.

Le dirò signor Ministro, anziché carnefice come impiegato pubblico e vittima come cittadino, oggi mi sento più volte vittima: come cittadina, come lavoratrice, come mamma, come italiana. Però, quel che è giusto è giusto, bisogna riconoscere che questo governo ha alleggerito la pressione fiscale, si, infatti, sappiamo tutti cosa ha fatto: ha tolto l’ICI. Certo, nel mio caso, sarebbe stato meglio che anziché togliere l’ICI avesse evitato di toccare il mio salario. Infatti, io di ICI, io, che non ho una villa ma solo una casa di prima abitazione in un comune in periferia (con il mio stipendio, infatti, non potrò mai permettermi una casa in centro: è già tanto se mi riesce di finire di pagare questa) e dunque ho sempre usufruito di sgravi, non ho mai pagato più di € 60 euro all’anno. Grazie signor Ministro: quest’anno sul mio bilancio, a fronte di sessanta euro di risparmio fiscale avrò qualcosa come 5.000 euro di meno sull’importo di stipendio annuo. Non Le dico come sono contenta!

Adesso Lei si chiederà perché non sono contenta, e perché mai sulla mia fronte si sia disegnata quella ruga, mah non so, sarà che i fannulloni di oggi sono un po’ più complicati di quelli del passato. L’autunno si preannuncia caldo ma pieno di nembi all’orizzonte, la lotta sarà dura ma, Le dirò, Signor Ministro, non demorderò facilmente se non altro perché mia figlia, interrogata sulla professione della madre, non abbia da vergognarsi a dire che è un’impiegata pubblica e non si debba vergognare una seconda volta a dire che in famiglia non si arriva alla fine del mese anche perché, in previsione del futuro, sto cercando di spiegarle che povertà non è vergogna ma, invece, corruzione, tangenti, peculato, immoralità (tutti termini che la classe politica ben conosce) queste sì che sono vergogne.

Fannullona INPDAP

25 Luglio 2008
Steve Jobs e Giorgio Napolitano di Beppe Grillo


Steve Jobs, 53 anni, nella sua ultima apparizione pubblica è apparso dimagrito, pallido. Steve Jobs soffre da tempo di un cancro al pancreas da cui sembrava guarito. Steve Jobs è il creatore della Apple. Molti pensano che sia lui il vero innovatore, l’unico genio dell’informatica. Non Bill Gates.
Steve Jobs è la Apple. La sua salute non è solo un fatto privato, è anche un fatto economico di rilevanza mondiale. La Apple non rilascia dichiarazioni sullo stato di salute di Steve Jobs. Gli analisti finanziari e gli azionisti vorrebbero sapere se Jobs può o meno continuare a ricoprire il suo incarico di presidente della Apple e per quanto tempo. Un analista ha spiegato che se la Apple vuole considerare la salute di Jobs un fatto privato, deve trasformarsi in società privata e ritirarsi dalla Borsa.
Giorgio Napolitano, 83 anni, trenta più di Jobs, nelle sue ultime apparizioni pubbliche è apparso sempre più distante, etereo. Giorgio Napolitano è in apparente buona salute, ma ricordando il suo passato, non trovano giustificazioni le sue prese di posizione e le sue azioni. Si è pronunciato contro la spettacolarizzazione dei processi quando le procure sono sotto l’attacco del governo. Ha firmato senza battere ciglio il lodo Alfano. Una legge incostituzionale. Ha trascorso un sereno compleanno in piazzetta a Capri tra musicanti e inquisiti, tra cui la moglie di Mastella e Bokassa Bassolino. Giorgio Napolitano rappresenta l’Italia. La sua salute non è un fatto privato. La salute può essere l’unica giustificazione del suo comportamento. Vorrei essere rassicurato se è in grado di esercitare ancora il suo incarico e per quanto tempo. Se possibile disporre della sua cartella sanitaria.
Un Presidente della Repubblica debole, (malato?), soggetto a pressioni, è utile sia al PDL, che fa passare tutte le leggi razziali e anticostituzionali che vuole, sia al PDmenoelle, che preferisce un presidente diessino, uno di famiglia, a uno Schifani. Infatti, in caso di rinuncia alla carica da parte di Napolitano il suo posto sarebbe preso dall’impiegato di Berlusconi, attualmente presidente del Senato. Meglio Napolitano che uno Schifani che scoppia di salute.

venerdì 25 luglio 2008

Lurido Paese

24 luglio 2008, in Marco Travaglio
Colpirne due per educarli tutti




Ora d'aria
l'Unità, 24 luglio 2008
foto di Roberto Corradi

La vera anomalia non è l’aborto giuridico del Lodo Alfano, che si spera verrà spazzato via dalla Corte costituzionale come il suo deforme progenitore Maccanico-Schifani: solo un marziano un po’ tonto poteva scambiare Al Tappone per uno statista dedito agl’interessi del Paese anziché ai cazzi suoi. La vera anomalia è quel che accade, anzi non accade tutt’intorno. E’ l’aria di annoiata normalità con cui il Lodo è stato accolto in Parlamento anche dal grosso delle cosiddette opposizioni. E’ il silenzio del Colle, allarmato invece da una fantomatica “giustizia spettacolo”. E’ il Tg1 che lo nasconde come terza notizia del giorno. Sono i giornali che non gli dedicano un solo editoriale (a parte, forse, il manifesto) e gli riservano lo stesso spazio dedicato a celebrare il “ritorno di Veronica a Villa Certosa”, con tanto di foto della Sacra Famiglia gentilmente offerte da “Chi” (Mondadori). E’ il tradimento degli intellettuali “liberali” che si son messi “a vento”, proni a tutto (nel 2003 il Corriere di De Bortoli denunciava le leggi vergogna, infatti De Bortoli dovette sloggiare). Ed è pure questo Csm che, cacciando in sequenza Luigi De Magistris e Clementina Forleo, fa di tutto per dar ragione a Gasparri e anticipa spontaneamente la controriforma annunciata da Angelino Jolie per conto del padrone: quella che farà dell’ex “organo di autogoverno” dei giudici l’ennesima pròtesi della Casta.

Riforma sintetizzata dal cosiddetto ministro Rotondi con l’icastica frase “colpire un magistrato per educarne cento”. Il giorno scelto per trasferire la Forleo da Milano non poteva essere più azzeccato: mentre Tavaroli rivela a Repubblica i ricatti che regolano la politica e l’economia, mentre il Cainano si blinda dai processi come la regina d’Inghilterra (che però non ha processi) e mentre s’annuncia il festoso ritorno dell’immunità parlamentare, la gip che osò intercettare i furbetti del quartierino e i loro santi protettori trasversali sparsi fra Bankitalia, Palazzo Grazioli, Pontida e il Botteghino viene espulsa dalla sua sede naturale. Anche il voto al plenum è emblematico: tutti d’accordo, come già per De Magistris, destra e sinistra, laici e togati (a parte, per la Forleo, quelli di MI). Con i complimenti del Giornale, per la penna del rubrichista con le mèches: avrebbe preferito il suo licenziamento, ma per ora s’accontenta, poi magari ci pensa Brunetta.

Una soave corrispondenza di amorosi sensi destra-sinistra che la dice lunga sull’astio trasversale della Casta per i cani sciolti, senza padrone e senza collare. Ancora 15 anni fa erano i magistrati più preziosi. Oggi sono i nemici da abbattere. “Un giudice indipendente che non appartiene a nessuno”, ha detto Clementina al Csm mentre le sparavano addosso da destra a sinistra, “in questo Paese ancora non può esistere”. Cacciata per “incompatibilità ambientale”. Motivo: ha provocato “disagio e allarme sociale” (figuriamoci) denunciando ad Annozero la solitudine di chi tocca i poteri forti e confidando le sue ansie per l’inchiesta sulle scalate a un pm milanese e a un vecchio collega, Ferdinando Imposimato, di cui (sbagliando) si fidava. Trasferita non per aver venduto o insabbiato processi, non per aver poltrito, non per aver agito scorrettamente. Ma solo per aver parlato, dicendo cose magari discutibili, ma parole, pensieri, concetti (incredibile che i “progressisti”di Magistratura democratica, così sensibili alla libertà di espressione si siano prestati a una simile vergogna).

Il Csm, che l’aveva lasciata sola nei mesi terribili dell’estate scorsa mentre l’intero Parlamento le saltava addosso per l’ineccepibile ordinanza sulle scalate, l’ha trattata come una mitomane “tendente al vittimismo” che s’inventa pericoli inesistenti. Intanto quell’ordinanza, presentata un anno fa come una sua alzata d’ingegno in dissenso con la Procura, è stata avallata dalla stessa Procura, che due mesi fa ha chiesto al Parlamento europeo il permesso di usare a carico di D’Alema le telefonate tra quest’ultimo e Consorte. Intanto le sue denunce han trovato conferma in un’indagine a Potenza e nell’arrivo di proiettili e lettere anonime, tanto che le hanno assegnato una scorta armata. Purtroppo la scorta non ha potuto proteggerla dal Csm che, con l’aria di smentire le sue denunce, ne ha in definitiva confermata tutta l'attendibilità. Sapeva che gliel’avrebbero fatta pagare,e gliel’han fatta pagare. Anche lei, come De Magistris, è “incompatibile”. Ma non con Milano o con Canicattì. E’ incompatibile con questo lurido paese.

mercoledì 23 luglio 2008

Come ci vede la stampa estera 3

Positano 1949
© Bert Hardy/Picture Post/Getty Images


Quest'articolo che riporto qui di seguito dovrebbe servire da lezione a tanti; io l'ho letto tutto, ma temo che pochissimi, dei 20 visitatori al massimo che ho al giorno lo facciano. Dubito che i miei visitatori ne leggano metà, non sono scoraggiato dal non ricevere commenti o dal non veder nascere dibattiti sugli argomenti che riguardano tutti voi, ma è un vero e proprio rimprovero ai tanti amici che pensano alle solite menate come quando si andava a scuola, continuano a leggere gossip o a fare giochi in rete, mentre l'Italia viene derisa e sbeffeggiata da questo mondo e quell'altro.


Il paese che purtroppo amo

[Zeit]

Amare l’Italia non è mai stato più difficile di oggi. Tuttavia, l’autrice non potrebbe vivere altrove. Storia di una confusione di emozioni.
Quell’estate, in cui mi sono innamorata degli italiani, sulle spiagge si raccontava delle frodi di Bettino Craxi, e io pensavo: strano paese, dove anche i bagnini sanno come imbroglia il leader socialista! Era l’estate del 1989, io ero distesa sulla sdraio e ascoltavo il bagnino, che senza alcuna remora parlava del sistema del finanziamento illecito ai partiti socialista e democristiano, degli abusi d’ufficio e delle tangenti, delle infiltrazioni e omicidi mafiosi come se si trattasse del prossimo torneo di bocce sulla spiaggia.
Nello stesso anno mi recai in Sicilia per la prima volta come giornalista. Lì ho conosciuto il funzionario di polizia che ha fatto luce sulla Pizza Connection, traffico di eroina tra la Sicilia e il Nord America. Era protetto da due guardie del corpo e circolava su una berlina blindata, e mi ricordo ancora cosa pensai: Che strano paese! Qui, le forze di polizia devono essere protette!
Il Ministero dell’Interno lo aveva invitato a lasciare la Sicilia, perché la sua sicurezza non poteva più essere garantita. Al suo rifiuto, fu trasferito d’ufficio a Palermo. Ho trovato molto strano che in Italia i poliziotti che compiono con successo il loro dovere siano puniti, ma pensai che queste cose presto sarebbero cambiate, dopotutto in quella estate del 1989 eravamo tutti molto ottimisti sul futuro. C’era un’atmosfera di rivalsa e speranza, finalmente il mondo stava cambiando. Nell’ Europa dell’est cadevano i muri, e noi giornalisti eravamo convinti che anche in Italia le fondamenta su cui si reggeva il sistema di collusione tra mafia e corruzione politica con in testa democristiani e socialisti, stesse cedendo.
In Italia adesso si va avanti, pensavo. L’ italiano al mio fianco rimase scettico.
Solo due anni più tardi mi sono arresa anch’io all’immaginario tedesco dell’Italia e sono passata dalla parte dell’italiano al mio fianco, nella terra del viaggio italiano “dove in genere nessuno lavora solo per vivere, ma per godere, e dove anche il lavoro per vivere è un’occasione di felicità”, nella terra con una eterna natura meravigliosa e intrepidi magistrati. A Milano stava per essere scoperta tangentopoli e le trasmissioni televisive più seguite erano quelle che venivano trasmesse dal palazzo di giustizia di Milano. Allo stesso tempo, con il maxiprocesso di Palermo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, riuscivano a portare a termine un processo di mafia attraverso tutti e tre i gradi di giudizio, senza che la mafia riuscisse a ribaltare le sentenze nei gradi intermedi. E anche dopo l’assassinio di entrambi i magistrati, non vi era alcun dubbio che l’Italia si trovasse ad un punto di svolta sulla questione morale e non volesse essere più permeabile alla mafia e alla corruzione della classe politica: nel 1993 il primo ministro, per la settima volta, Giulio Andreotti fu accusato a Palermo di associazione mafiosa.
Le cose cambieranno, pensavo. Solo l’italiano al mio fianco rimase scettico. Da 2000 anni qui comanda la Chiesa cattolica e abbiamo il Papa a casa nostra!, disse. Non dimenticare che il cattolicesimo come religione di stato è stato abolito solo nel 1984! La mafia e la Chiesa non lasceranno mai che le cose cambino in Italia! Qui non siamo in Germania! Non essere ingenua!
Io invece consideravo la chiesa come una scelta personale e la mafia come un fenomeno creato dagli uomini: come tale avrà un inizio ed una fine, come disse anche Giovanni Falcone. Perché questo non dovrebbe valere anche per le altre cose in Italia? Cominciai ad avere qualche dubbio, quando le critiche ai pubblici ministeri cominciarono a farsi sempre più forti. Non c’è nulla di più sgradito nella cattolica Italia del cosidetto giustizialismo, manie di giustizia: Non siamo forse tutti peccatori davanti a Dio? Gli italiani smisero di tirare monete ai politici. E cominciarono a votare Berlusconi. La sua discesa in campo fu caratterizzata da tacchi alti, un partiro fatto in casa e con calze da donna sugli obbiettivi delle telecamere per migliorare la sua immagine. I redattori di giornali tedeschi cominciarono a telefonarmi eccitati e a chiedermi cosa fosse successo agli italiani. Con serenità citai il giornalista italiano Indro Montanelli, “Il modo migliore per immunizzare gli italiani contro Berlusconi, è lasciarlo governare per una volta”. Non potevamo prevedere che gli italiani fino ad ora si sarebbero lasciati immunizzare senza successo per ben tre volte. Berlusconi deve essere qualcosa di simile all’ebola, ha affermato lo scrittore Roberto Alajmo.
Alla seconda vittoria elettorale di Berlusconi il livello di sgomento era già diminuito, la terza volta nessuno dei miei colleghi tedeschi ha chiesto alcunché. Berlusconi era diventato qualcosa di simile ad un reumatismo cronico, qualcosa come la mafia, che in Germania non si capisce come non si possa tenere sotto controllo. I miei colleghi in Germania iniziarono a scrivere canzoni di addio per un paese per il quale già Pasolini ebbe a piangere: “Ho amato gli italiani purtroppo, sia al di fuori dei palazzi del potere (e anche in disperata opposizione a questi) e sia al di fuori dei modelli populisti e umanitari. E’ stato un vero e proprio sentimento di amore esistenziale. Così, con tutti i miei sensi, mi sono reso conto come l’imposizione di nuovi modelli consumistici abbia modificato, sfigurato e umiliato in maniera irreparabile la coscienza del popolo italiano”.
Per i corrispondenti esteri la rielezione di Berlusconi è stata tuttavia un colpo di fortuna, perché sotto il governo Prodi, era ancora più difficile spiegare ai lettori cosa succedeva in Italia. Prodi non è Berlusconi, cosa che in Germania lasciava intendere che “la destra è il male, a la sinistra il bene”. Questo stereotipo non va d’accordo con il fatto che anche l’ex leader comunista, Massimo D’Alema quando era al governo inciuciasse con Silvio Berlusconi e sostanzialmente abolisse la legge sui pentiti di mafia. Ancora più difficile da veicolare ai lettori è il perché Clemente Mastella, ministro della Giustizia nell’ultimo governo Prodi, si occupasse personalmene di fare in modo che i pubblici ministeri venissero ricusati non appena si occupassero di casi coinvolgenti politici italiani. Al procuratore calabrese Luigi De Magistris fu avocata un’indagine perché, in un’ inchiesta sull’uso di fondi europei, aveva deciso di indagare non solo sugli amici del Ministro della Giustizia ma anche nei confronti di Prodi stesso, quando questi era ancora in carica come Presidente della Commissione europea. Poco dopo il ministro della Giustizia fu costretto alle dimissioni per abuso di potere ed estorsioni, cosa che ha portato alla caduta del governo Prodi.
Ma non è poi sempre così in Italia? Dissero i miei amici tedeschi. Poi quasi annoiati, sottolinearono, non senza un sorriso, il fatto che si trattava del 62mo governo del dopoguerra, cosa che mi irrita sempre un po’. Infatti, a differenza della Germania, i 62 governi del dopoguerra non sono espressione diretta della capacità tipicamente mediterranea di cambiamento, bensì il rituale di una casta di politici che si spartiscono il potere da 60 anni. In Italia non ci sono facce nuove sulla scena politica da 30 anni. Chi è riuscito ad entrare in Parlamento rimane seduto al suo scranno sino alla morte, e Andreotti, non morirà mai. Qui si riesce a vendere il leader dei Democratici di Sinistra, Walter Veltroni, che è in politica dagli anni Settanta, come il nuovo. Perché sicuramente è un nuovo arrivato, rispetto al novantenne Andreotti.
Berlusconi ha ripreso il suo ruolo di clown che governa una nazione derisa e per la quale gli stranieri si interessano solo per sapere dove sono le sue spiagge più belle, i suoi alberghi più economici e i ristoranti migliori. Ma dietro quest’opera buffa si nasconde un paese impaurito e fermo. Un paese che ha perso molte occasioni per il suo progresso in campo culturale ed economico. Un paese che è governato da un cinico, accusato di frode fiscale, falso in bilancio, partecipazione ad associazione mafiosa, corruzione, complicità in attentati - tutte accuse che sono finite nel nulla previa assoluzione, o archiviazione, o insufficienza di elementi di prova o di condanna poi amnistiata. Questo cinico è riuscito brillantemente a mettersi d’accordo con l’opposizione di sinistra che si mostra combattiva al mondo esterno, come se si fosse ancora ai tempi della rivoluzione industriale, ma che nel profondo ha lo stesso disprezzo per gli elettori che ha Berlusconi.
Anch’io preferisco scrivere delle gaffes di Berlusconi. E’ più divertente scrivere che ha nominato Ministro per Pari Opportunità una modella di nudo, anziché spiegare perché la sua coalizione di governo, come primo atto ufficiale, abbia proposto una legge sulla restrizione dell’uso delle intercettazioni. Ora non si può più essere intercettati, se si è sospettati di falsa testimonianza. O se si è sospettati di far parte di un’associazione criminale. I giornalisti che fanno uso di materiale intercettato rischiano fino a tre anni di carcere. E l’opposizione non dice nulla. In ogni caso, non ne sembra molto preoccupata. E perché dovrebbe. I reati, che di solito sono intercettati sono commessi dalle persone dell’establishment. Di cui fanno parte anche i politici del Partito Democratico. Anche la prima proposta legislativa del precedente governo Prodi riguardava la limitazione delle procedure di intercettazione. Solo che non fu approvata.
E’ più divertente scrivere del trapianto di capelli di Berlusconi che del modo in cui la camorra amministra gli affari per lo smaltimento dei rifiuti di Napoli o di come la ‘ndrangheta calabrese faccia 44 miliardi di euro di fatturato, quasi il tre per cento del prodotto interno lordo italiano. O perché una pattuglia di polizia sia intervenuta nel reparto di ginecologia al Policlinico di Napoli per prevenire un aborto - solo perché contro l’attuale legge sull’aborto la Chiesa cattolica ha lanciato una vera e propria crociata da un po’ di tempo a questa parte. O quanto spazio quotidiani come ad esempio la Repubblica, di tendenze sinistro-liberali, dedichino ai cardinali e ai loro vaghi commenti in merito alla “tutela della vita”.
Anche i fratelli minori della Spagna danno consigli
Nel frattempo, l’italiano al mio fianco deve trattenere non solo l’umiliazione subita dagli spagnoli, i poveri fratelli minori, in campo sportivo calcistico, ma anche leggere su Repubblica i consigli che il Primo Ministro spagnolo Zapatero dà per far si che l’Italia recuperi il ritardo accumulato in vari campi. Pieni di invidia, gli italiani guardano alla Spagna - e non solo al prodotto nazionale lordo, ma anche perché gli spagnoli ora sembrano fare tutto meglio degli italiani. Zapatero ha preso ripetutamente la lotta con la chiesa cattolica, una lotta che in Italia si dà per persa fin dall’inizio. Mentre Zapatero è riuscito ad introdurre una legislazione per il matrimonio gay e per la rimozione di simboli religiosi dagli edifici pubblici, i politici italiani fanno a gara per baciare la mano del papa.
I miei colleghi tedeschi mi chiedono: Come è possibile che l’unica seria opposizione in Italia sia rappresentata da un comico, un filosofo, un giornalista e un ex magistrato? E io dico: l’Italia è un paese in cui 70 deputati del Parlamento sono pregiudicati. Ma è anche un paese dove milioni di italiani scendono per strada a manifestare per opporsi al dominio di questo Parlamento fatto di pregiudicati.
Quando mi sono resa conto che in questo momento storico le parole non portano a nulla, ho deciso di agire. Perché io, a differenza dei miei colleghi, non mi sono solo limitata a riportare la drammatica perdita di appeal dell’Italia per i tedeschi, ma io l’italiano al mio fianco l’ho sposato. Dopo 19 anni di convivenza.

[traduzione: info@ItaliadallEstero.info]
Articolo pubblicato Giovedì 17 Luglio 2008, in Germania.

[Articolo originale di Petra Reski]